Qui infatti non si tratta di esprimere solidarietà al popolo libico, si tratta di capire come sostenere la sua lotta con la nostra. Il nostro paese da questo punto di vista, assieme alla Grecia, al Portogallo, alla Spagna si trova in una situazione particolare, per la sua posizione geografica e per la sua situazione politica ed economica. Prossimamente si potrebbe avere una disponibilità alla mobilitazione che potrebbe assumere il tratto delle rivolte antisitemiche prolungate. Rivolte meticce, giovani, sempre più collegate tra loro. Ieri a Perugia gli studenti libici hanno urlato contro Gheddafi ma anche contro Berlusconi, la stessa cosa è successa in Libia. C'è in fin dei conti un terreno oramai dissodato dai movimenti che in questi mesi si sono battuti contro Berlusconi in Italia e contro l'austerity in Europa, un terreno che vede una disponibilità crescente alla mobilitazione ed alla cooperazione delle lotte, che accomuna istanze che fino a poco tempo fa viaggiavano per compartimenti stagni. Questo terreno è un terreno potenzialmente rivoluzionario se riconsideriamo il termine stesso e lo riqualifichiamo a partire dalle pratiche antisistemiche e antagoniste al sistema dominante. La mia convinzione è che nello spazio costituente della crisi si sia aperto un nuovo orizzonte che lega indissolubilmente democrazia, beni comuni, diritti sociali e libertà (di movimento soprattutto). Processo rivoluzionario quindi e non appiattimento nel presente, queste rivolte che divengono rivoluzioni ci dicono che un potere economico sempre più autoritario che non accetta mediazioni può essere sconfitto nella piazza e mandato a casa qui ed ora. Altro che patto sociale o sante alleanze, questo è il momento in cui esercitare la massima radicalità sia in termini rivendicativi che di pratiche.
Non dobbiamo quindi aspettare che Berlusconi venga cacciato dai giudici o dalle congiure di palazzo, perchè cacciato il tiranno avremmo comunque i banchieri tiranni sopra le nostre spalle un minuto dopo. Noi dobbiamo invece iniziare a lavorare per la costruzione di uno sciopero generale politico che abbia un carattere costituente per l'Italia che verrà, uno sciopero che blocchi il paese per davvero, che assuma la presa di piazza del Popolo come luogo simbolico di identificazione di un noi collettivo. A questo punto o cacciamo il tiranno o il tiranno ci porterà a fondo con lui, è solo la mobilitazione popolare che può sconfiggere il populismo e l'antipolitica e toglierci di dosso questa maledizione che ci portiamo addosso da sempre. Il popolo italiano deve fare i conti con se stesso, con il fascismo che porta dentro di sé e contro il quale ha lottato e vinto, non capisco ad esempio perchè la CGIL attenda ancora rispetto alla proclamazione dello sciopero generale politico, fatti i conti storici, tra lo sciopero generale fatto per la cacciata di Tambroni negli anni 60 e l'attendismo di oggi c'è un'abisso enorme.
Berlusconi non è il male assoluto impersonificato, ma semplicemente l'emblema in cui una grande parte della borghesia italiana e dei ceti popolari si sono riconosciuti e si riconoscono ancora nella sua idea di società. Cacciare Berlusconi deve pertanto coincidere con la cacciata del berlusconismo senza nessuna mediazione, sconfiggere la destra deve coincidere con la chiusura dello spazio culturale che l'ha resa egemonica, la sovranità appartiene al popolo non a Berlusconi, né a Marchionne né a Draghi.
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